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Tenuta di Tombolo

Durante l'Alto Medioevo, le lagune, che fin dell'età imperiale occupavano gran parte di questa zona, cominciano a ridursi a paludi a causa dell'interrimento provocato dai fiumi e dell'abbandono delle opere idrauliche. Ciò spinse la Repubblica Pisana ad usare, per i traffici marittimi, una laguna più meridionale e più riparata dalla continua avanzata della spiaggia: in tale zona si localizzava probabilmente l'antico Porto Pisano. Nelle mappe settecentesche questa zona è rintracciabile nella Paduletta e nello stagnolo di Tombolo, più arretrati rispetto alla linea di costa.

Nel Quattrocento si ebbe l'avanzamento della linea di costa (dalla terra al mare) anche in questa zona, il che ridusse Porto Pisano ad una padule: venuta così meno la sua funzione di avamposto di Pisa, la zona sarà ceduta alla vicina e nascente Livorno. Anche in questo territorio, fino all'Arno e a Livorno, si insediò la proprietà ecclesiastica: contrariamente ad altri casi esaminati, tuttavia, essa conservò queste terre fino ad Ottocento inoltrato.

I terreni acquistati da Lazzaro Apolloni nei pressi di Bocca d'Arno costituirono, verso la fine del secolo, la tenuta d'Arnovecchio. Questa misurava 6448 stiora (360 ettari) e formava un triangolo delimitato a nord dall'Arno e, sugli altri lati, dalla Tenuta di Tombolo (lungo la lama di Renino) e dalla spiaggia contigua alla dogana di Bocca d'Arno. La tenuta di Tombolo, la più vasta di quelle comprese nei confini del Parco, si estendeva per 96076 stiora (circa 5230 ettari) e confinava a nord con la tenuta di Arnovecchio e con l'Arno, ad est, lungo il Fosso dei Navicelli, con la tenuta di Coltano e con alcune proprietà Salviati e Corsini - circa 55 ettari compresi fra la via Livornese e la tenuta di Castagnolo - a sud con la fossa Chiara e il Calambrone, i quali separava le tenute, sempre ecclesiastiche, di Tombolello, Strufolo e Strufolello; ad ovest era delimitata dalla linea di costa. Il perimetro della proprietà era di circa 20 miglia. La presenza della proprietà ecclesiastica in questa zona, una proprietà che spesso assumeva i caratteri tipici della "manomorta", sia per una mancanza di interesse a sviluppare ricche rendite che per l'impossibilità di affrontare interventi di grosso impegno, contribuì a non innescare quelle meccaniche riorganizzative che, soprattutto nel Settecento, caratterizzarono le altre tenute e proprietà dell'area. Quando su questi terreni si inseriranno differenti gestioni, esse si troveranno così ad intervenire, abbastanza liberamente, su un terreno praticamente intatto: ciò provocherà uno sviluppo di iniziative, le quali, sebbene in parte contrastate, renderanno questa zona una delle più complesse da trasformare in Parco.

Nel Settecento il territorio della tenuta era caratterizzato da un'alternanza di zone rialzate, più asciutte, e di zone depresse e paludose, dove le acque si mescolavano con la vegetazione, creando ambienti popolati da una fauna ricca e variegata. I boschi e le macchie, che coprivano tutta la tenuta S. Piero a Grado fino al Calambrone, erano costituiti da querce, lecci, pini, cerri, scope e mortelle, e l'alternanza con le strisce paludose dava un'immagine della lenta avanzata dei terreni sul mare. Le lame, con andamento parallelo al mare, si allungavano da stagni e stagnoli meridionali, che coprivano quasi tutta la zona prossima al Calambrone, fino all'area paludosa esterna al bosco di Arnovecchio. Percorrendo la strada Livornese da Pisa, si entrava al ponte degli Angioli nella Tenuta di Tombolo e si incontrava il piccolo nucleo abitato di San Piero a Grado, costituito da un'osteria, da alcune case con l'uso di una decina di ettari di terre "lavorative", e dalla medievale chiesa di San Piero, che resta ancora oggi uno dei principiali monumenti sul territorio del Parco.

Nella prima metà dell'Ottocento furono effettuati alcuni interventi nella tenuta, quali la piantumazione di pinete e la creazione di alcuni fossi ad andamento irregolare: (Lamone Lamalarga): tali azioni limitarono le zone paludose, ma non modificarono in maniera radicale il rapporto fra zone umide e bosco. In una mappa del 1850 si nota infatti la zona di Arnovecchio completamente paludosa; sono ancora presenti le Lame ed il Galanchio, un vero e proprio lago situato nella parte meridionale della tenuta. Nel 1869 i terreni intorno al fortino di Bocca d'Arno furono dati in concessione a Ceccherini, sfrattato da San Rossore, il quale costruì un nuovo stabilimento balneare nell'area in cui, a fine secolo, su disegno dell'ingegnere Bernieri del comune di Pisa (basato su alcuni assi stradali che sfociavano in una piazza semicircolare) si svilupperà Marina di Pisa.

Verso la fine del secolo fu tracciato il pettine dei viali rettilinei diretti al mare, ed il raddrizzamento della via di pineta, con il disegno che ancora oggi possiamo notare. Sulla base di tali interventi, a partire dal 1920 fu organizzata la bonifica, che prosciugò gran parte della zona. La bonifica si basava sull'istallazione di due impianti idrovori, nelle zone più basse di Arnovecchio e della Cornacchiaia, e sull'apertura di una serie di canali, in particolare il nuovo Lamone e la nuova Lama Larga - collettori collegati alle idrovore, rintracciati secondo un percorso rettilineo - nonché di una serie di colatori a fianco delle suddette vie, raccolti poi dai canali principali. È da notare che, laddove la bonifica è tenuta in perfetta efficienza, come nel caso di Camp Derby o di altre zone caratterizzate dalla presenza dell'originario ambiente paludoso-boschivo, la sopravvivenza dell'intero ecosistema venga messa seriamente in pericolo sia dalla sovrabbondante presenza di animali, sia, soprattutto, dal limitato ristagno delle acque, che vengono drenate con eccessiva rapidità.

Dopo la bonifica, durante la quale fu abbattuta una larga fascia di bosco, furono messi a coltivazione i terreni prosciugati, in particolare quelli della zona meridionale e di Arnovecchio. Infine, con la creazione dell'ente Tirrenia, voluto da Buffaridi Guido e Ciano, si dette il via allo sfruttamento intensivo e programmato della costa, con la creazione e lo sviluppo di Tirrenia e Calambrone.
Pineta
(foto di Beldramme)