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Tenuta di Migliarino

L'ingresso dei Salviati nella proprietà di queste terre, sul finire del Quattrocento, inizi del '500, colpì il tradizionale uso dell'area ed allo stesso tempo i diritti degli abitanti di pascolo, legnatico, caccia e pesca. Questo fatto provocò liti, transazioni e ricorsi che durarono fino agli anni '40 del nostro secolo. Nonostante ciò i Salviati, soprattutto nella seconda metà del '700, ampliarono i loro possedimenti con acquisti e permute soprattutto con l'Arcivescovado di Pisa e con i beni granducali, integrando, nella proprietà, la tenuta di Poggio a Padule ed altri terreni paludosi al confine con il bosco di Migliarino. Nel '700, la tenuta si estendeva a nord fino al confine con lo Stato di Lucca, ad est fino al lago di Massaciuccoli (alla fossa Magna - oggi ricoperta - ed ai fossi della Traversagna e delle Storrigiana), a sud fino all'argine del Serchio, che separava una zona (l'Isola) di proprietà della Mensa Arcivescovile e di privati posta nell'ansa del fiume (780 stiora, circa 44 ettari), ad ovest con la linea di spostamento verso monte. Complessivamente il territorio della tenuta misurava un perimetro di 14 miglia (circa 23 km) ed un'area di 57264 stiora (oltre 3200 ettari) ed era attraversata longitudinalmente dalla via Regia di Pietrasanta che conduceva alla Torretta all'ingresso della proprietà Salviati. Nei pressi della Torretta sorgevano alcune case, l'abitazione Salviati ed una cappella, posti in una zona non boschiva e costituita circa da 80 ettari di terre lavorative.

Da qui partivano una serie di percorsi tortuosi che si adeguavano all'andamento delle lame, attraverso i quali si raggiungeva l'argine del Serchio o la via di Focetta che tagliava trasversalmente la tenuta e con la quale si poteva giungere al mare oppure ritornare, passati nei pressi della casa dei Montioni, sulla strada Regia. Procedendo su questa verso Viareggio, all'altezza del casino di confine, si incontrava un altro percorso che, lungo la fossa del confine o della bufalina, conduceva alla torre di Migliarino, posta a quel tempo sulla spiaggia, oggi all'interno del bosco. Secondo descrizioni dell'epoca, questa torre era simile a quella del Gombo in San Rossore, di tre piani e armata di spingarde. Parallele alla strada regia correvano la via della Chiesaccia, che portava alla chiesa di S. Niccolò, oggi distrutta, e la via di Padule, che limitava le zone propriamente palustri, disabitate e percorribili esclusivamente su piccole imbarcazioni, racchiuse all'interno dei confini della tenuta (circa 500 ettari).

Nei primi decenni dell'800 i Salviati fecero una serie di opere di Bonifica che portarono all'appoderamento ed alla coltivazione delle zone della tenuta, racchiuse nell'ansa del Serchio, dove sorsero numerosi cascinali (poderi di Marina, Leccetti, Passatoie, Forcellone, Tagliate, Tagliatelle, Lama di Bagio, Isoletta, Boscaffiume, Pecoreccia, Querciole, Casanuova, Coton Moro.) Quindi, nel 1854, sotto la direzione del tecnico Keller, ebbe inizio l'impianto di pino domestico e la relativa suddivisione di tutta la macchia in quadrati delimitati da una fitta rete di passaggi stradali, con l'assetto che possiamo ancora oggi rilevare. Furono inoltre aperti numerosi fossi e canali per limitare la presenza dell'acqua nel bosco. Salvaguardata dal tentativo negli anni '60 di lottizzare la pineta, questa zona, ricca di lecci, querce, farnie, cerri oltreché pini marittimi, è caratterizzata ancor oggi dalla presenza di lame che rappresentano la specificità ambientale di tutto il parco.
Lame
(foto di Imbrenda Michele)
Lama con pini sullo sfondo
(foto di Imbrenda Michele)