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Macchia Lucchese - Tenuta Borbone

Circa mille anni fa, il suolo dove ora sorge una ridente cittadina, era occupato dal mare. L'entroterra intriso d'acqua stagnante e maleodorante, costituiva un'estesa palude infestata dalle zanzare e dalla malaria. Il territorio era lo sbocco al mare dei lucchesi, che, nel 1171, dopo alcune dispute con i pisani decisero di difenderlo costruendo un castello cilindrico alto circa 40 m. Vi si accedeva per una strada per niente agevole che, più tardi prese il nome di Viam Regiam. Nel nome di questa strada, secondo alcuni, sta il toponimo della città di Viareggio. Nel 1460 i lucchesi decisero di bonificare le terre circostanti, offrendo appezzamenti di terreno a coloro, che sfidando la malaria, e le scorribande dei pirati, partecipavano all'opera di bonifica affidata a tale ingegnere Lionello che ottenne, per la verità, scarsi risultati.
Nonostante le difficoltà climatiche l'approdo era lentamente migliorato aprendo la via ai traffici merci che dal mare arrivavano a Lucca. Per questo motivo, e per timore dei vicini pisani, intorno alla metà del 1500, il Senato di Lucca decretò la costruzione di una nuova fortificazione più vicina al mare, che proteggesse il canale. Si tratta della torre, ancora oggi perfettamente conservata, conosciuta con il nome di "Torre Matilde". Nei primi anni del 1600, Viareggio si poteva considerare un vero e proprio centro abitato: le case erano "di ragione pubblica, pieni domini o livelli dell'Abbondanza", un mercato di importazione granaria, soprattutto frumento siciliano, ordinato direttamente dall'ufficio dell'Abbondanza.
La macchia di querce, lecci, ontani si estendeva ben oltre la città, dalla spiaggia ricca di ginepri verso l'interno, fino a mescolarsi con il padule. Quest'ultimo si sviluppava fino alla base delle colline massarosesi, dal lago di Massaciuccoli e nel piano di Stiava e di Camaiore, oltre la via di Montramito. Caccia e la pesca rappresentavano le attività principali per la sussistenza degli abitanti della zona. Già alla metà del Seicento, una rete di canali risulta tracciata all'interno del padule, dal lago verso il mare, per regolarizzarne e limitarne l'estensione e per sfruttarne le possibilità di trasporto di merci da Viareggio fino ai porti lacustri di Massaciuccoli e della Piaggetta. Le principali vie di comunicazione, oltre alle vie d'acqua, erano rappresentate dalla via Romana o di Pietrasanta e dalla via di Montramito. La prima si snodava da Pisa all'interno delle macchie, procedeva lungo la costa attraversando il Serchio e il padule; era conosciuta per la presenza di briganti. L'altra, sopraelevata fra terreni paludosi, andava da Viareggio verso l'interno, fino all'osteria di Montramito dove si ricollegava con la via Francesca e con le più ricche e popolate colline massarosesi. Documenti risalenti al seicento ed una cartina del '700, riportano la presenza di una via "rasente il lago" che univa le due sponde dello specchio d'acqua. Qui, nella zona più prossima al mare e non distante dal confine pisano, sorgeva una delle case del signor Turchi, mentre sul lato opposto il villaggio di Massaciuccoli (sede di reperti archeologici di antiche terme romane).
Nel 1740, il matematico Bernardino Zendrini ebbe un ruolo fondamentale per la risoluzione dei problemi legati alla salute della popolazione. La prima operazione, indicata dall'ingegnere veneto, fu quella di porre nella Burlamacca cateratte a bilico che si chiudessero in occasione delle mareggiate: ciò avrebbe impedito il mescolìo di acque dolci e salate ritenuto responsabile della morte e successivo imputridimento dei pesci, causa di miasmi malefici. Tale soluzione apportò notevoli miglioramenti: era impedito il forte afflusso d'acqua nell'entroterra, bloccando l'estensione del padule e la proliferazione della zanzara anofele. Portato a termine questo primo intervento, lo Zendrini suscitò un vero e proprio dibattito nazionale proponendo il taglio delle macchie come ulteriore metodo antimalaria. I boschi, impedendo l'evaporazione delle acque stagnanti, rendevano insalubre l'aria, per cui venne proposto un disboscamento che portò inizialmente al taglio delle quercete, sostituite con vaste pinete, e successivamente all'appoderamento del territorio. La realizzazione di canali e strade consentì l'accesso e la viabilità nella pianura favorendo lo sviluppo dei poderi concessi a nobili lucchesi. Nei primi dell'800, durante il principato Baciocchi, fu costruito un fortino nei pressi della spiaggia, di cui restano alcuni ruderi, e la zona venne sottoposta a rimboschimenti di pino per fronteggiare il ritiro del mare ed ottenere una barriera efficace all'azione dei venti: la vicinanza del mare significa infatti una maggiore azione del vento, una più alta incidenza di brume salse con un certo carico di inquinanti e la presenza di movimenti di sabbia asportata dalle superfici nude. In questo contesto, l'apertura delle vie Comparini, Lecciona e Guidicciona, decisa dai Borbone nel 1825, vie d'accesso alle correnti d'aria, provocò le proteste dei contadini e la richiesta della chiusura delle stesse per la tutela dei raccolti. Era già avvenuto il fatto che colpì il tradizionale uso collettivo dell'area, con l'avocazione nel 1819 da parte di Maria Luisa di Borbone della selva allo Stato e la successiva formazione della tenuta.
Maria Luisa incaricò l'architetto Nottolini di pianificare l'area: l'idea del progettista era quella di organizzare un complesso costituito da due edifici (un palazzo reale di città e un casino di caccia quasi al confine pisano) distanti 5 chilometri e collegati tramite un "cannocchiale arboreo" che attraversava un grande giardino all'italiana e la macchia dei pini. L'intero progetto fu però ridimensionato e furono realizzati soltanto il casino di caccia (attuale villa Borbone) ed il viale di pineta fino all'altezza della villa. La presenza della villa al mare e della pineta dei Borboni è un elemento decisivo a favore dello sviluppo di Viareggio, elevato a rango di città nel 1820. Il percorso dei desideri e delle realizzazioni dei Borbone - da palazzo reale con giardino delle meraviglie a villa al mare in "pineta" - subisce un ulteriore sviluppo intorno al 1850, quando, per la necessità di sfruttare in modo produttivo le proprietà, si cominciò a lottizzare il territorio della tenuta, a monte del viale dei Tigli, che venne affidato ai contadini con un contratto a mezzadria. Questo intervento determina un'ulteriore riduzione in dimensioni del bosco che, nelle illustrazioni del tempo, appare come una sottile striscia di terra (con l'avanzare della linea di costa e grazie ad ulteriori piantagioni di pino marittimo la macchia ha assunto le dimensioni ad oggi nelle carte). Nello stesso periodo vengono costruite diverse abitazioni nelle zone delle chiuse confinanti con la tenuta Borbone e nel centro di Torre del Lago, e sorgono nuove ville di fronte alle rive del lago (villa Orlando, Ginori, Puccini). Nel 1931 con l'istituzione del Consorzio di Bonifica, si avviarono i primi lavori di bonifica meccanica nel settore lucchese del padule. I lavori, fondati sulla creazione di un'arginatura frontale e perimetrale del lago e sull'installazione di tre impianti idrovori, portarono al prosciugamento di circa 600 ettari: 165 nella zona di Portovecchio-Riaccio e 450 nella zona di Massarosa. Seppur martoriate dall'escavazione delle sabbie silicee, le zone paludose salvatesi dalla bonifica sono l'unica immagine che resta dei numerosi ambienti palustri che caratterizzavano tutta la zona costiera: oggi una zona di enorme valore ambientale frequentata da un numero elevatissimo di uccelli acquatici.
La macchia lucchese
(foto di U. Macchia)
Villa Borbone
(foto di PR Migliarino San Rossore Massaciuccoli)
La Villa Borbone
(foto di PR Migliarino San Rossore Massaciuccoli)